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Gita ad Arqua' Petrarca (sabato 14 dicembre 2013)

Le 20 persone (5 donne e 15 uomini) che sono andati ad Arquà Petrarca per la prima uscita invernale dell’anno sociale 2013-2014 hanno fatto un bagno di nebbia ed uno di sole.

Arquà Petrarca è un comune di 1.870 abitanti, in provincia di Padova, ubicato ai piedi del Monte Piccolo e del Monte Ventolone, nel territorio dei Colli Euganei.

Arquà fa parte del Club dei borghi più belli d'Italia.

L’abitato è collocato a soli 80 sul livello del mare (diciamo 15 metri più in alto del campanile di Salzano).

Nessuna meraviglia quindi se il paese è stato stabilmente immerso nella nebbia.

Però, circa 100 metri più sopra, il sole splendeva in un cielo assolutamente nitido e sgombro da nuvole.

Io mi sono divertito molto e sento il dovere di ringraziare il nostro mitico Gianpi per avere fatto da persona di riferimento.

Inutile dire che la mia mente malata di cultura ha colto l’occasione per ripassare qualche poesia, imparata a memoria in tempi non sospetti, quando cioè era obbligatorio inchiodare nel cervello quello che i docenti volevano che ricordassimo “per la vita”.

Quindi, dopo avere ripassato con memoria un po’ zoppicante “Erano i bei capelli a l’aura sparsi” (e non ricordo bene se la dizione esatta sia “Erano i bei capelli a Laura sparsi”), poi “Chiare, fresche, dolci acque” (che cosa direbbe oggi il poeta delle nostre acque?), “Italia mia, benché il parlar sia indarno” (ma quanto ciàcolano inutilmente oggi i nostri cosiddetti rappresentanti?), mi son pure ricordato che il Petraca amava la montagna, anche se la rivestiva di significati che solo lui ed i critici capivano: insomma, era stato un “amico della montagna” come noi, ed aveva pure raccontato una sua escursione col fratello Gherardo sul Mont Ventoux (il monte Ventoso, nel comune di Malaucène (Malaucene), nella Provenza nord-occidentale, non lontano da Valchiusa), un massiccio montuoso la cui cima raggiunge i 1.912 metri s.l.m. (è poco più alto del Monte Grappa). Soprannominato dai francesi il "Gigante della Provenza", è situato a 20 km in linea d'aria a nord-est di Carpentras, ed è abbastanza lontano e isolato dalle altre cime della regione. È battuto dal maestrale, che soffia sul suo crinale sommitale con continuità e grande violenza, raggiungendo e superando spesso i 160 km/h (la velocità massima raggiunta dal Mistral fu di 313 km/h, registrata il 20 marzo 1967) per poi diffondersi nella pianura sottostante, fino al mare.

Dopo la prima, celebre ascensione al Ventoux fatta dal Petrarca il 26 aprile del 1336 a scopo forse mistico, per alcuni secoli la montagna non fu più affrontata.

Nel 1700 iniziarono invece le ascensioni-esplorazioni di diversi studiosi, fra i quali si ricordano principalmente quelle di Antoine-Jean Laval (1664-1728), padre gesuita, matematico ed astronomo, che salì sulla vetta il 25 e 26 giugno del 1711, portando con sé strumenti vari per misurare l'altezza del monte e la sua collocazione geografica; di Antoine de Jussieu (1686-1758), botanico, che portò a termine l'ascensione il 10 e l'11 aprile 1711, interessandosi in particolare della flora e delle nuove specie vegetali che trovò nei pressi della cima; di Michel Darluc, medico, che salì nel 1778 e si interessò degli aspetti botanici e geografici della montagna; di Jean-Henri Fabre (1823-1915), entomologo, che salì sul Ventoux due volte, nel 1842 e nel 1865, con molteplici interessi, ma con studi prevalenti sugli insetti.

Ascesa al monte Ventoso

Riporto, con alcuni tagli, la traduzione della lettera più famosa dell’epistolario petrarchesco (il testo è tratto dal libro F. PETRARCA, Le familiari, traduzione italiana di U. Dotti, Argalia, Urbino 1974, vol. I).

È rivolta a Dionigi di Borgo San Sepolcro, un frate agostiniano che regalò al poeta una copia delle Confessioni di sant’Agostino, decisive poi per la sua storia interiore.

La lettera porta la data 26 aprile 1336, che coincide con il giorno di venerdì santo, il giorno di pentimento che precede la Pasqua di Resurrezione.

Si tratta dunque per quanto riguarda la data, di una scelta profondamente simbolica.

Il racconto di un’ascensione sul Monte Ventoso in compagnia del fratello Gherardo diviene per il poeta occasione di rappresentare la propria vicenda esistenziale. La conquista della vetta diventa una metafora della conquista della salvezza o, perlomeno, dell’anelito del poeta (come quello di ogni uomo) verso di essa.

Mentre il fratello Gherardo sale in modo sicuro e diritto, il poeta incontra continue difficoltà. Giunto in vetta, Francesco legge ad alta voce un brano delle Confessioni agostiniane che sembra riferirsi proprio alla sua condizione.

Le parole tra parentesi quadrate [] rappresentano chiarificazioni del testo o tagli ritenuti utili.

Il testo petrarchesco

A Dionigi da Borgo San Sepolcro, dell’ordine di sant’Agostino, professore della sacra pagina.

[Dionigi de’ Roberti da Borgo San Sepolcro, frate agostiniano, fu professore di teologia e di filosofia a Parigi: qui il poeta lo conobbe probabilmente nel 1333].

Sui propri affanni

Oggi spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto

monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso.2

Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]

Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa» [Virgilio, Georgiche I, 145-146].

Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani.

Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana. Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava.

Annoiatomi e pentito, oramai, di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme.

Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà. Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere: «Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà, per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo son invisibili e occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce [riferimento al Vangelo di Matteo VII, 14].

Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. […]

C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non

forse per ironia, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. […] Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. «Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna. Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute; premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’ [Agostino, Confessioni II, 1, 1].

Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio.

Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: ‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’ [Ovidio, Amori III, 11, 35].

Non sono ancora passati tre anni da quanto quella volontà malvagia e perversa che tutto mi possedeva e che regnava incontrastata nel mio spirito cominciò a provarne un’altra, ribelle e contraria; e tra l’una e l’altra da un pezzo, nel campo dei miei pensieri, s’intreccia una battaglia ancor oggi durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me».[…] Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio e testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi» [Agostino, Confessioni X, 8, 15].

Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.

Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa: quelle parole tormentavano il mio silenzio.

Non potevo certo pensare che tutto fosse accaduto casualmente; sapevo anzi che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri.

 Lo stile: ricercatezza e colloquialità

Come accade normalmente nelle lettere petrarchesche, lo stile definisce una attenta miscela di ricercatezza formale e di colloquialità. L’autore vuole cioè innalzare la propria materia facendo della narrazione contenuta nella lettera una narrazione esemplare, che valga come modello da imitare; nello stesso tempo, intende stabilire la sensazione di un rapporto diretto, immediato e confidenziale sia con il proprio interlocutore esplicito (il destinatario della lettera), sia con la folla di destinatari impliciti, potenzialmente illimitata, che si intravede dietro la scrittura.

Per qualche esempio di ricercatezza formale, si può notare già nel primo periodo della lettera la calcolata costruzione, che pone all’inizio l’aggettivo «altissimo» e alla fine il verbo «sono salito» («Altissimum regionis huius montem… ascendi»). In questo modo sono messi in risalto l’oggetto, anche simbolico, del racconto, nonché l’impegno del soggetto.

Esempi del tono colloquiale sono i riferimenti espliciti al destinatario, atti a coinvolgerlo nella vicenda narrata. Già nel secondo periodo si trova «come tu sai».

 Il tema: l’ascensione allegorica

 L’ascensione al Monte Ventoso deve essere letta come un’ascensione di significato allegorico.

Il monte rappresenta la vita che avvicina l’uomo alla salvezza, così come avviene per esempio nella Commedia dantesca.

Le difficoltà incontrate nella salita rappresentano gli ostacoli che vanno superati per raggiungere Dio. Ben si spiega che il fratello Gherardo salga in modo più disinvolto e spedito, lui che si era ritirato in convento e che costituiva agli occhi del poeta un modello di virtù cui guardare con inevitabili sensi di colpa.

La natura allegorica del testo è rivelata dalla possibilità di leggerlo come puro e semplice racconto autobiografico e di applicare a esso (come esplicitamente indicato, p. es., nelle righe dalle Confessioni di sant’Agostino) un criterio interpretativo che ne ridefinisca in chiave morale tanto l’insieme quanto i particolari. È qui cioè applicato in piccolo lo stesso modello presente nel poema di Dante.